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L'autista che attendeva il vescovo Aringarosa all'aeroporto romano lo accompagnò a una piccola berlina Fiat, nera e poco appariscente. Aringa-rosa ricordava l'epoca in cui le auto del Vaticano erano grosse vetture di lusso con placche e bandierine che portavano lo stemma della Santa Sede. "Quell'epoca è finita." Oggi le auto del Vaticano erano meno lussuose e non portavano insegne. La spiegazione era che questo serviva a ridurre i costi per aiutare maggiormente le diocesi, ma Aringarosa pensava che fos-se una misura di sicurezza. Il mondo era pazzo e in molte parti dell'Europa annunciare il proprio amore per Gesù Cristo equivaleva a proporsi come bersaglio del tiro a segno.
Sollevando la veste nera, Aringarosa si accomodò nel sedile posteriore e si preparò al lungo viaggio fino a Castel Gandolfo. Lo stesso viaggio di
cinque mesi prima.
"Il mio ultimo viaggio a Roma" sospirò. "La notte più lunga della mia vita."
Cinque mesi prima, il Vaticano aveva telefonato ad Aringarosa per chie-dere la sua immediata presenza a Roma. Non gli avevano dato spiegazioni. "Il biglietto è all'aeroporto." La Santa Sede si sforzava sempre di darsi un velo di mistero, anche agli occhi del clero di grado più alto.
La misteriosa convocazione, aveva pensato Aringarosa, era probabil-mente legata al desiderio del papa e degli alti prelati vaticani di sfruttare l'ultimo successo dell'Opus Dei, l'inaugurazione del loro quartier generale nazionale di New York. La rivista "Architectural Digest" aveva definito il palazzo dell'Opus Dei "un faro luminoso del cattolicesimo, integrato in modo sublime nel paesaggio moderno", e ultimamente il Vaticano pareva subire l'attrazione di tutto ciò che comprendesse la parola "moderno".
Il vescovo non aveva avuto altra scelta che accettare l'invito, anche se con riluttanza. Non certo un ammiratore della politica dell'attuale pontefi-ce, Aringarosa, come gran parte del clero conservatore, aveva osservato con grande preoccupazione il suo primo anno di attività. Di tendenze mol-to più liberali dì qualsiasi suo predecessore, Sua Santità era stato eletto al pontificato in uno dei più controversi e anomali conclavi della storia vati-cana. E dopo l'elezione, invece di accogliere con umiltà la sua inattesa sali-ta al potere, il Santo Padre non aveva perso tempo a esercitare tutto il pote-re di cui disponeva la più alta carica della cristianità. Approfittando del preoccupante sostegno della parte più riformista del Collegio dei cardinali, il papa aveva proclamato che la sua missione era di "ringiovanire la dottri-na del Vaticano e aggiornare il cristianesimo per portarlo nel terzo millen-nio".
Tradotto in parole povere — Aringarosa temeva — significava che quel-l'uomo era così arrogante da pensare di potere riscrivere la legge di Dio e conquistare il cuore di quanti ritenevano le esigenze del vero cristianesimo ormai inadatte al mondo moderno.
Aringarosa aveva impiegato tutto il suo ascendente politico — notevole, se si considerava l'alto numero di appartenenti all'Opus Dei e le sostanze di cui disponeva l'organizzazione — per convincere il papa e i suoi consiglie-ri che alleggerire le leggi della Chiesa non era solo mancanza di fede e vil-tà, ma costituiva anche un suicidio politico. Aveva ricordato loro che il precedente stemperamento delle leggi della Chiesa — l'insuccesso del Va-ticano II — aveva lasciato un'eredità devastante: non solo il numero dei
praticanti era sceso ai minimi storici, ma le donazioni si erano prosciugate e non c'era un numero di sacerdoti sufficiente a mantenere aperti tutti i luoghi di culto.
"Alla gente occorrono struttura e direzione da parte della Chiesa" aveva insistito Aringarosa "non vezzeggiamenti e indulgenza!"
Quella notte, mesi prima, quando la Fiat aveva lasciato l'aeroporto, A-ringarosa aveva visto con sorpresa che non si dirigeva al Vaticano ma a est, lungo una strada di montagna. «Dove andiamo?» aveva chiesto all'au-tista.
«Nei Colli Albani» gli aveva risposto l'uomo. «Il suo appuntamento è a Castel Gandolfo.»
"La residenza estiva del papa?" Aringarosa non c'era mai stato e non sentiva il desiderio di vederla. Oltre a essere la residenza estiva dei papi, la cittadina del sedicesimo secolo ospitava la Specola Vaticana, uno dei più progrediti osservatori astronomici europei. Ad Aringarosa non era mai pia-ciuto il desiderio del Vaticano — un desiderio ormai storico — di ficcare il naso nella scienza. Che bisogno c'era di fondere scienza e fede? Una per-sona che credesse in Dio non poteva certo praticare la scienza in modo completamente obiettivo. E la fede non aveva bisogno di conferme da par-te della scienza.
"Comunque, eccoci arrivati" aveva pensato mentre dall'auto si comin-ciava a scorgere Castel Gandolfo, sullo sfondo del cielo di novembre co-perto di stelle. Dalla strada, sembrava un enorme mostro di pietra che si preparava a un balzo suicida. Appollaiato sull'orlo di un precipizio, il ca-stello si affacciava sulla culla della storia italiana, la valle dove gli Orazi e i Curiazi avevano combattuto, all'alba della storia di Roma.
Anche come semplice profilo, il castello era una vista indimenticabile: un impressionante esempio di architettura difensiva, a vari piani, che ri-specchiava la forza della sua posizione scenografica sul ciglio di un preci-pizio. Con dolore, aveva notato come il Vaticano avesse rovinato l'edificio costruendo in cima al tetto due grosse cupole d'alluminio per i telescopi, cosicché l'edificio, un tempo serio, sembrava adesso un orgoglioso guerrie-ro con un paio di cappellini da party.
Quando Aringarosa era sceso dall'auto, un giovane gesuita era corso ad accoglierlo. «Eminenza, benvenuto. Sono padre Mangano, un astronomo dell'osservatorio.»
"Contento tu..." Aringarosa aveva mormorato qualche parola di saluto e lo aveva seguito nell'atrio del castello, un ampio spazio arredato con una
sgraziata mescolanza di arte rinascimentale e immagini astronomiche. Se-guendo il suo accompagnatore lungo una larga scala di travertino, Aringa-rosa aveva letto insegne che guidavano alle sale d'incontro, a quelle per le conferenze scientifiche, ai servizi di informazione per i turisti, e si era stu-pito di come il Vaticano fosse incapace di fornire coerenti, rigide linee guida per la crescita spirituale, ma in qualche modo trovasse ancora il tem-po di tenere lezioni d'astrofisica ai turisti.
«Mi spieghi» aveva chiesto al giovane sacerdote «da quand'è che la coda ha cominciato a scuotere il cane?»
Il sacerdote l'aveva guardato in modo strano. «Eminenza?»
Aringarosa aveva lasciato perdere; non era il momento di lanciarsi in quella particolare offensiva. "Il Vaticano è impazzito." Come un genitore svogliato che trovava più facile cedere alle richieste di un bambino viziato anziché opporsi con fermezza e insegnargli i valori della vita, la Chiesa continuava ad addolcirsi e a cambiare se stessa per adeguarsi a una cultura impazzita.
Il corridoio del piano superiore era largo, riccamente arredato e portava in un'unica direzione: una porta a doppio battente di quercia, enorme, con una targa d'ottone: BIBLIOTECA ASTRONOMICA.
Aringarosa aveva sentito parlare di quel luogo, la biblioteca d'astrono-mia del Vaticano, che si diceva contenesse più di venticinquemila volumi, comprese rare opere di Copernico, Galileo, Keplero e Newton. A quanto si diceva, era anche il luogo dove i più alti esponenti della Curia organizza-vano i loro incontri privati, incontri che preferivano non tenere all'interno delle pareti del Vaticano.
Nel percorrere il corridoio, il vescovo Aringarosa non immaginava di dovere ricevere una notizia sconvolgente, né la mortale catena di avveni-menti che si sarebbe messa in moto. Solo un'ora più tardi, quando era usci-to dall'incontro, con ancora la testa che gli girava, aveva compreso piena-mente le conseguenze. "Tra sei mesi!" aveva pensato. "Ci protegga Dio!"
Adesso, seduto nella Fiat, il vescovo Aringarosa si accorse di avere stretto i pugni al solo pensiero di quel primo incontro. Aprì le mani e, tra-endo un lungo respiro, cercò di rilassare i muscoli.
"È tutto a posto" si disse, mentre la Fiat si arrampicava sui monti. Però si augurava che il suo cellulare suonasse. "Perché il Maestro non mi ha chiamato? Silas dovrebbe essersi procurato la chiave di volta, ormai."
Per calmarsi, il vescovo fissò l'ametista che portava al dito. Poi, passan-
do il polpastrello sui diamanti e sulla mitra e il bastone vescovile incisi sull'anello, pensò che era il simbolo di un potere assai inferiore a quello che presto sarebbe stato suo.